Troublers 10
Realists of a larger reality
Bentornat* su "Troublers"!
Troublers è la newsletter di Krisis Publishing sulle politiche della rappresentazione, un miscuglio di teoria, fiction, AI e internet culture che vi invita a vedere il mondo come realmente non è.Con una cadenza che sfida ogni logica, riesumiamo link sepolti nell'oblio e novità che già popolano i nostri sogni più turbolenti. Perché la realtà è un concetto troppo stretto per contenere tutto il nostro caos.
Rieccoci!
True Fiction
FILM WEIRD DEL MESE: Wojciech Jerzy Has, The Hourglass Sanatorium (1973)
Jozef arriva in un sanatorio in rovina per visitare il padre e scopre un luogo dove il tempo sembra inceppato: il passato riaffiora, i moribondi continuano a vivere, l’infanzia ritorna sotto forma di visioni. Trattato come un bambino in un corpo adulto, attraversa un surreale labirinto di ricordi, oggetti e figure spettrali, guidato da un capotreno cieco che incarna il destino. Un sogno meraviglioso ma anche gotico, in cui il tempo non scorre, ma si accumula.
Snakes and Ladders è un poema-performativo in cui Alan Moore racconta un’esperienza di visione e trasformazione avvenuta a Londra, durante un periodo di ricerca magica e psichedelica. Il testo descrive un viaggio mentale dentro la città, dove strade, ricordi e simboli diventano un labirinto occulto: ogni incontro sembra parte di una rivelazione. Il titolo richiama il gioco “serpenti e scale”: le scale sono momenti di ascesa, intuizione, apertura percettiva; i serpenti sono ricadute, distorsioni, ritorni nel caos.
In The Last Angel of History (full streaming qui) l’angelo non discende dal cielo: emerge dalla diaspora, dai loop della storia e dalle interferenze del futuro. Akomfrah costruisce un saggio cinematografico in cui la fantascienza diventa linguaggio politico, metafora della condizione panafricana di sradicamento, alienazione e sopravvivenza tecnologica. L’angelo qui è una figura del tempo spezzato: viaggia tra passato, presente e futuro come un archivio vivente di traumi e possibilità.
Attraverso Sun Ra, George Clinton, Delany, Octavia Butler e le voci di musicisti, scrittori e astronauti, il film riscrive la storia nera come storia cosmica. L’“ultimo angelo” non annuncia salvezza ma, di nuovo, registra segnali: musica, mito, afrofuturismo come tecnologie di fuga e reinvenzione. È un angelo hacker, migrante interstellare, testimone di una memoria che non chiede integrazione ma autonomia temporale.
Platform 0 è un sito-archivio che raccoglie frammenti di testi / film / dipinti / pubblicazioni / architetture / fotografie intorno a progetti utopici, distopie progettuali, speculazioni in volumi urbani e in prosa, rigurgiti algoritmici, tracce di un passato analogico che risuonano con il presente. Come il video qui sopra, Power Of Ten (1977) di Charles & Ray Eames.
Giochi, Mondi, Atlanti, Rotte, Latenze
Parallel (2012), di Harun Farocki, è una panoramica analitica della storia della computer grafica — dalla visualità astratta al fotorealismo — e un’osservazione della nuova ontologia dell’immagine e dello spazio virtuale, delle loro possibilità e dei loro limiti, e di come al loro interno cambino i ruoli di produttori e spettatori. Un’immagine di questo tipo è più che operativa: crea una realtà autonoma, regolata da leggi proprie.
Floor796 è un archivio allucinato della cultura digitale: un’enorme animazione pixel-art esplorabile che raffigura la vita sul 796° piano di una stazione spaziale immaginaria, popolata da migliaia di personaggi, meme, citazioni e micro-eventi. Non è un videogioco e non è un’opera statica, ma un diorama infinito che cresce nel tempo, dove lo scrolling diventa deriva e il riconoscimento diventa ossessione.
È un internet-mondo costruito come commons visivo: un museo nerd senza gerarchie, un Bosch per l’epoca dell’algoritmo, dove la cultura pop collassa in un unico flusso continuo di dettagli e glitch narrativi.
Enter Sultana’s Reality è un videogame/experienza/mondo di Afrah Shafiq, ed è interamente giocabile online. Il gioco inizia con una caduta: una donna legge Sultana’s Dream, guarda fuori dalla finestra e precipita in un vortice di storie femminili. Da lì il progetto si dispiega come un’enciclopedia instabile, un archivio navigabile dove la relazione tra donne e libri in India diventa campo di conflitto, desiderio, rifiuto, piacere e presa di parola. L’opera lavora sull’immagine come campo politico: donne che guardano fuori dalle finestre non come figure romantiche, ma come soggetti annoiati, intrappolati, sospesi. Attraverso il remix di archivi e narrazioni, Sultana’s Reality non ricostruisce una storia definitiva, ma mette in scena il pensiero mentre accade. Un archivio incompleto per definizione, che invita chi guarda a entrare, perdersi e aggiungere nuovi frammenti: perché questa storia, come ogni storia, resta aperta.perti storici come antichi vasi micenei, vignette anni ‘20, cataloghi di prodotti per la pesca.
This Haunted Inbox Where I Archive è il progetto quasi epistolare di Flavia Dzodan: non una serie di dispacci irregolari, a volte quasi appunti, riflessioni libere. Ad esempio, il Dispaccio #005 (Latency-Aware Sonification) esplora la latenza come condizione percettiva e politica, proponendo la sonificazione del ritardo infrastrutturale come modo per rendere udibili le frizioni materiali e temporali che sostengono la comunicazione digitale.
The (W)hole è un progetto digitale di Clusterduck costruito come un’esperienza immersiva e quasi-ludica intorno a un’idea precisa: l’infrastruttura fa il mondo. Il sito si presenta come una soglia: “Infrastructure shapes our world, yet we know little about it… Are you ready to go down the (rabbit)hole?” — un invito esplicito a entrare in un percorso di scoperta sotterranea.
Il progetto usa sei tombini urbani a Zurigo come portali: sei luoghi, sei esperienze AR, sei “mondi” che scompongono l’architettura nascosta del digitale. Il tombino è la forma infrastrutturale per eccellenza: un coperchio che separa la città visibile dai suoi sistemi sotterranei — reti elettriche, cavi, tubazioni, flussi di dati. Guardare un tombino significa guardare dove passa davvero internet: non nel cielo, ma nel sottosuolo.
Le sei layer/realm — Earth, Cloud, City, Address, Interface, User — funzionano come cosmologia infrastrutturale: dalla materia geologica che alimenta la tecnologia fino al soggetto umano e non-umano che la addestra e ne viene modellato. È un atlante e un repository collettivo, una pratica di senso condiviso dentro il caos contemporaneo, dove l’infrastruttura diventa mitologia operativa e mappa politica.
Non è un caso che il progetto di Clusterduck visualizzi i tombini come portali verso l’infrastruttura. Questa idea risuona bene con Networks of New York di Ingrid Burrington (qui in PDF via Circulation), una guida per imparare a vedere la materialità di internet dove normalmente non lo vediamo: sotto i piedi, nei tombini, nelle scritte a bomboletta sull’asfalto, nei cavi nascosti nei condotti urbani. Burrington smonta l’immagine romantica del cloud e mostra (ancora una volta) che la rete è fatta di infrastrutture fisiche — tubi, fibre ottiche, aziende, permessi municipali e scavi — distribuite nel paesaggio della città.
Stesse intenzioni, lenti diverse… What We Wear di Pieter van den Boogert del 2011 è un libro sulle rotte commerciali globali dei tessuti. Il progetto segue il mercato dei vestiti in tre capitoli: la produzione in Bangladesh, il consumo nei Paesi Bassi, il riuso degli abiti usati in Ghana. Il progetto rende evidente come la ricchezza occidentale e il consumo alla moda siano inseparabili da condizioni di lavoro precarie e da meccanismi economici planetari. Un circuito chiuso di desiderio e sfruttamento, dove ogni capo è già una geografia politica.
PAUSAAAA
Questo Troublers rischia di essere un po’ pesantino, facciamo merenda. Ecco una galleria di meme sul cibo dall’ultimo straordinario capolavoro edito da Krisis Publishing, a cura di Alessandro Mininno, COOKING MEMES.









Parole, parole, parole, parole
Ecco alcune mappe dalla nostra prossima release, tanto per cambiare, a tema linguaggio. Hackerare il linguaggio, di Martina Maccianti, è un piccolo testo che osserva la lingua come infrastruttura politica che definisce cosa può esistere e chi può essere ascoltato.
Maccianti ci invita a una sfida radicale: diventare hacker della nostra stessa lingua. Il testo abbandona i confini dell’accademia per costruire un software open source in continua evoluzione, un invito a cercare il “bug”, ad abitare l’errore e a riscoprire il valore del glitch come spazio di libertà.
Abbiamo già parlato di Reverse Contradictionary, progetto di Vuk Cosic, IOCOSE e Vladan Joler che si propone di creare dei piccoli cortocircuiti ludici, sacche linguistiche di resistenza ai sistemi estrattivi delle LLM contemporanee.
Rimandendo sul tema, lo scorso mese Metahaven ha rilasciato questo estratto da THE SEAL OF AMBIVALENCE, che sfrutta il linguaggio della poesia con le stesse finalità.
Il linguaggio umano vive ormai intrecciato ai suoi co-parlanti computazionali, e la poesia diventa un modo per sabotare questa convivenza. In The Seal of Ambivalence (2024), Eugene Ostashevsky scrive un testo progettato per confondere i sistemi di traduzione automatica, usando schemi di Winograd e frasi “garden path” che mandano in crisi l’interpretazione delle macchine. Auto-tradotta in olandese e letta da Amélie Haest, la poesia viene filmata come appendice a The Feeling Sonnets (Transitional Object), trasformando l’ambivalenza linguistica in un dispositivo estetico e politico: non comunicare meglio, ma disturbare il senso proprio dove l’AI pretende chiarezza.
Visto che anche questo Troublers sembra all’insegna di linguaggi e mondi, segnaliamo questo podcast del Post di Luca Misculin e Riccardo Ginevra, che ci racconta la nascita e lo sviluppo delle cosiddette lingue indoeuropee, e di come queste ci raccontino cose interessanti sugli antenati comuni di tutti i popoli che le parlano.
— VIA Eurasian Bookshelf
Se le parole sono importanti, ecco un glossario di parole redatto nel 1968 dagli Eames, veri mattatori di questo numero. In questo poster/pubblicazione, realizzato per il film aziendale di IBM che trovi sotto, vengono raccontati alcuni dei termini tecnologici che oggi definiscono la nostra contemporaneità.
Cosa ci raccontano queste parole? Qualcosa sull’allineamento tra filosofia corporate, design modernista (e paternalista) e l’emergente logica computazionale negli anni 60.
Mazzi, Tabelloni e Mitragliate AR
Piccolo gancio sui coniugi Eames, inaspettatamente alla terza citazione su questo Troublers#10. Sapevi che rientrano nel folto novero di artisti, teorici e designer che hanno lavorato a un mazzo di carte da gioco sperimentale?
Le loro carte da gioco sono un micro-sistema dove il design diventa struttura combinatoria. Come racconta il loro nipote Demetrios, il mazzo funziona perché impone regole chiare ma lascia spazio a infinite possibilità, trasformando il gioco in un esercizio di immaginazione e matematica applicata. Non intrattenimento, ma un dispositivo visivo per costruire mondi: un archivio portatile di forme, enigmi e piacere progettuale.
La tradizione dei mazzi di artista, oltre ai classici come Oblique Strategies di Eno e Peter Schmidt, può contare altri esempi illustri. Il collezionista compulsivo Federico Antonini, ad esempio, ci ha segnalato questo mazzo firmato dal magister Marshall McLuhan. Distribuito nel 1969 come supplemento per gli abbonati alla newsletter DEW-Line (Distant Early Warning), il gioco funziona come dispositivo di juxtaposizione, mettendo insieme frasi enigmatiche e situazioni per produrre domande, più che risposte. Simile a un I-Ching contemporaneo, il deck trasforma l’informazione in attrito deliberato, costringendo il senso a emergere dall’incongruenza.
Nel 1963 George Brecht pubblica Water Yam, un mazzo che trasforma la vita in una fiction surreale. Ogni carta contiene un’istruzione precisa e assurda, una micro-sceneggiatura da eseguire alla lettera: azioni minime che incrinano la normalità e riscrivono il quotidiano come performance. Brecht riduce l’arte a un comando portatile, un dispositivo Fluxus che non rappresenta il mondo ma lo rende improvvisamente strano, come se qualcuno avesse inserito un glitch narrativo nella realtà.
Basta carte, ma giochiamo ancora. The Situationist Game of War di Guy Debord è un gioco da tavolo che funziona da modello operativo del conflitto. Nato come simulazione strategica, trasforma la guerra in grammatica spaziale e rende visibile ciò che la società dello spettacolo tende a occultare: logistica, potere, movimento, controllo del territorio. Debord usa il gioco come dispositivo situazionista puro – non per evadere, ma per addestrare lo sguardo alla struttura materiale della politica, dove ogni mossa è già una forma di critica. Cosa curiosa: sembra che fosse l’opera di cui Debord andava più fiero: «… Ho studiato la logica della guerra. Inoltre, molto tempo fa, sono riuscito a presentare le basi dei suoi movimenti in un gioco da tavolo piuttosto semplice: le forze in conflitto e le necessità contraddittorie imposte alle operazioni di ciascuna delle due parti. Ho giocato a questo gioco e, nel corso spesso difficile della mia vita, ne ho utilizzato le lezioni – mi sono anche dato regole di gioco per questa vita, e le ho seguite. Le sorprese di questo Kriegsspiel sembrano inesauribili; e temo che possa essere l’unica mia opera che qualcuno oserà riconoscere come dotata di un certo valore. Quanto alla questione se io abbia fatto buon uso di tali lezioni, lascio che siano altri a decidere.» Guy Debord, Panegyric.
Meno radicale e più narrativo, The Thing From The Future (Stuart Candy e Jeff Watson, 2014, disponibile qui in versione stampabile DIY) è un mazzo di carte per produrre frammenti di futuro come oggetti concreti. Non predice: costringe a immaginare. Ogni combinazione genera un artefatto speculativo – un residuo, un dispositivo, una rovina – che proviene da un mondo possibile e lo rende improvvisamente vicino. Candy trasforma la futurologia in gioco operativo: il futuro non come orizzonte, ma come fiction materiale da costruire, maneggiare, mettere in circolo.
OK, ora basta vintage, basta filosofia: dalla società dello spettacolo allo spettacolo dello sparatutto. Non è chiaro quanta fiction ci sia in questo videogame in 4D, ma ci vogliamo credere.
Suoni & podcast
Luca Pagan è andato in Cina, ha (quasi) imparato a suonare il Dizi e ora sta usando il suo sistema per trasformarlo in questo strumento, che per essere la V1.0 non sembra niente male.
Harmonium è un sintetizzatore (gratis, e pazzesco) basato su SuperCollider di quel capoccione di Trevor Treglia. Costruito attorno all’idea di una filterbank armonica, è pensato per ricevere suoni complessi – registrazioni ambientali, rumore bianco, campioni o input esterni – e filtrarli fino a trasformarli in materiale intonato, continuo e meditativo che ricorda, appunto, l’emissione dell’harmonium. Lo strumento genera tono sottraendo tutto ciò che non appartiene alla serie armonica, lasciando che la timbrica evolva naturalmente dallo spettro ricco della sorgente.
Uplift infinito! Un altro esempio in cui la musica emerge dal filtro armonico stesso: anche nel lavoro di James Tenney (1963) la musica non è “suonata” nel senso classico, ma scoperta attraverso il processo di selezione delle risonanze e delle armoniche, creando un continuum fragile, intimo e sospeso.
Chissà quanto tempo rimarrà disponibile, ma a questo link per ora c’è lo streaming piratesco del documentario sugli Swans.
Niente, stiamo ascoltando ancora questo album dei Chicago Underground Duo. Ci hanno fatto aspettare un bel po’ quei due, ma ne è valsa la pena. Bello eh.
Vi immaginate gli Infest live in un piccolo club che sembra un sottoscala ma con l’intero soffitto a led, a Kuala Lumpur? Ecco.
Link dal grande Swamp
Oggi, dallo Swamp, AI drogate, sound system russi, emorroidi animate, e altre chicche
DMT. Ketamina. Ayahuasca. MDMA. Erba. Non sostanze da assumere, ma finetuning da installare. PHARMAICY è un marketplace che vende droghe per modelli LLM. Basato su racconti di esperienze psichedeliche (umane), il sito insegna finalmente alla macchina ad allucinare come si deve.
Operation Inflation! Sul sito potete anche donare dei costumi, se non potete comprarne uno e unirvi alla lotta.
FINE.
























